Giornate della legalità
Spazi aperti in luoghi chiusi
IV edizione
Una società si-cura
Viviamo in un tempo in cui l’individuo è pensato come soggetto indipendente, competitivo, autosufficiente. Ciascuno di noi ritiene di essere capace di tutto e di essere padrone del proprio destino. E siamo convinti che questa sia la libertà cui abbiamo diritto: libertà di essere e fare ciò che è nel nostro interesse. Per questo quando, per qualche motivo, veniamo messi di fronte alle nostre fragilità e vulnerabilità, pretendiamo protezione e sicurezza.
Protezione e sicurezza implicano che qualcuno diverso da noi faccia qualcosa affinché possiamo sentirci protetti e messi al sicuro. Implicano rimanere in attesa nella propria individualità.
Un semplice trattino, invece, posto all’interno di una parola può aiutarci a cambiare prospettiva. L’aggettivo “sicura” si trasforma in un comportamento: in un “si-cura”, nel senso di prendersi cura.
L’atto della cura evoca certamente premura, preoccupazione, amore. È solitamente inteso come un gesto privato e tipico dell’ambito familiare. Ma quel trattino ci costringe a spostare la nostra attenzione: dal bisogno di sentirci al sicuro in quanto singoli individui alla consapevolezza di poter avere un ruolo attivo nella società di cui siamo parte. La cura diventa così un gesto pubblico.
Prendersi cura significa allora accogliere l’idea che le fragilità e le vulnerabilità di una società non vanno intese come rischi da neutralizzare, ma sono condizioni ontologicamente presenti nella nostra esistenza. Significa non voltare lo sguardo dall’altra parte, ma farsi carico dell’altro, assumere responsabilità, costruire legami.
Curare la società implica ripensare la società tutta: le istituzioni, l’economia, la politica a partire dalla responsabilità reciproca.
Uscire dal proprio isolamento e dall’indifferenza che è insita nella non-cura non è né facile né immediato. Ci vuole attenzione, partecipazione per provare a capovolgere quel modello al quale siamo ancorati, quel modello che ha prodotto progresso e libertà, ma che ha anche generato disuguaglianze, squilibri, conflitti.
Per questo motivo, a differenza di quello che può apparire, la cura non è affatto un gesto debole. Al contrario, è un gesto che potrebbe dirsi eversivo, perché ci costringe a mettere al centro non la competizione, ma la relazione tra individui.
Curatrice scientifica: prof.ssa Valeria Marcenò
Coordinatrice scientifico-organizzativa: Ph.D. Lucilla G. Moliterno
Project manager: dott.ssa Erica Anselmetti
Fondazione per la Cultura Torino
Con queste considerazioni di fondo si dà avvio alla quarta edizione di Giornate della Legalità – Spazi aperti in luoghi chiusi, manifestazione voluta dalla Città di Torino, su impulso dell’assessorato alla Legalità, organizzata da Fondazione per la Cultura. La manifestazione sin dal suo esordio ha cercato di guardare alla legalità da un punto di vista non consueto, al fine di consentire a un pubblico vasto, non dunque solo di esperti, di conoscerne e comprenderne le implicazioni per la vita sociale, smontando quel sentimento diffuso del diritto come altro da sé, in quanto tecnico e repulsivo, come qualcosa di cui può farne a meno. Dopo aver affrontato il tema delle regole e dell’importanza del loro rispetto (A che cosa serve?, nella prima edizione), cercato di legare il diritto e le regole alle emozioni (D(i)ritto al cuore, seconda edizione), demolito gli stereotipi tipici della legalità (Contro i luoghi comuni, terza edizione), punto di osservazione in questa edizione sarà la cura: la legalità come prendersi cura della società di cui se è parte.






