Il carcere all’aperto. Indubbiamente un luogo chiuso, il carcere può abbandonare l’immagine di un luogo che sopprime o relega in un angolo. Può e deve diventare al contrario un luogo di riscatto e di recupero, con l’obiettivo di favorire il reinserimento sociale dei detenuti. Reinserimento che non può che passare, anche e soprattutto, attraverso il lavoro. L’economia carceraria ne è un volto: un sistema di cooperative, volontari, artigiani e persone detenute che insieme nella produzione e commercializzazione di prodotti (enogastronomici e non).
Oggi in Italia ci sono circa 65mila persone detenute. Un numero che continua a crescere, in un sistema dove il sovraffollamento resta una realtà quotidiana.
Dentro questo numero, c’è chi ogni giorno sceglie di lavorare: cucire, intagliare, cucinare, costruire. Un gesto che vale più del prodotto finito, perché è anche un modo per riscrivere il proprio tempo dentro le mura.
Fuori, c’è chi ha scelto di crederci: imprese, cooperative e realtà sociali che hanno trasformato questo lavoro in progetti concreti, con un piede nel carcere e uno nel mercato.
Qui trovate alcuni di questi progetti:
Fondazione Azzoaglio ETS, Extraliberi, Freedhome, Sartoria Il Gelso, Voci Erranti, Banda Biscotti, Legni Liberi.
Realtà diverse, un solo filo comune: dimostrare che il lavoro, anche dietro le sbarre, può restituire dignità e futuro.